E’ recente la notizia dei militari italiani uccisi in Afghanistan ed il Paese, come si sa, è in lutto. Ma chi realmente è a conoscenza di questa notizia? E, chi ne avverte la sensibilità avvicinandosi ai cari di chi ha perso la vita? Probabilmente chi da sempre è stato legato ad apprendere le notizie in tv tramite telegiornale ha maturato una maggiore consapevolezza. Ma le nuove generazioni? Proprio queste sono le più disattente e quasi “disinteressate” a carpire cosa succede intorno a loro. I mezzi di comunicazione di cui fanno uso sono molto più scarni, dal semplice passa parola, al giornale letto on line o alla semplice divulgazione della notizia tramite i più comuni social network. E cosa dire quando la pubblicazione di qualche link diventa un semplice atto “facebookiano”? Nel momento in cui sul famoso social network ha iniziato a circolare la notizia dei militari uccisi s’è registrato un numero di pubblicazione del link nettamente inferiore a quello che si registra quando accade qualcosa a un personaggio pubblico. Apparentemente come se il personaggio pubblico fosse più importante di chi ha perso la vita in Afghanistan. Perché accade? Ogni morte merita la stessa sensibilità ed attenzione. Non c’è un filtro, ma si sta sviluppando un approccio sempre più freddo. Il virtuale, si sa, è un generatore di sentimenti artefatti spesso e volentieri, e il fatto che si va verso un progresso comporta anche un regresso, perché ci sta facendo perdere qualcosa di atavico che ci è da sempre appartenuto, la reale e incondizionata solidarietà umana.
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