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Dall'emotività della pena di morte alla razioanlità della giustizia

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Negli ultimi tempi con l’omicidio della giovane Sarah Scazzi, si sente di nuovo parlare di pena di morte, torture o simili. Il fenomeno avviene sempre, ogni volta che si verifica un omicidio efferato che offende profondamente la coscienza pubblica e umana. Normalmente in Italia l’opinione di coloro che sono favorevoli alla pena di morte, ci dicono molti sondaggi, sono in minoranza ma aumenta e spesso diventa maggioranza in concomitanza con fatti di cronaca particolarmente sconvolgenti come quello di Avetrana. Dovremmo ricordare che certi fenomeni sono spesso pilotati dai media che facendo leva su questo tipo di sensibilità popolare soffiano sul fuoco dell’emotività del momento per trovare l’approvazione pubblica e quindi ascolti. Inoltre forse non tutti sanno che negli stessi giorni del ritrovamento del corpo di Sarah veniva commesso un altro stupro particolarmente raccapricciante quello ai danni di una bambina di 2 anni da parte di un diciottenne di Genova, eppure la notizia è passata in secondo piano sul fondo dei tg e senza servizio. Questo probabilmente perché il caso del momento era l’omicidio di Sarah Scazzi di Avetrana. E’ successo spesso, come in questo caso, che se certi fatti avvengono in concomitanza di altri di cronaca o politici, passino in secondo piano, in quanto l’informazione ha già altri fenomeni da trattare. Quindi sarebbe da riflettere sulla raccontata “eccezionalità” di certi fenomeni suggerita da media.

In questo dibattito ci sarebbe da ricordare gli scritti di Cesare Beccaria in particolare nel testo “Dei delitti e delle pene” che ricorda quanto la pena capitale in se non sia un deterrente a svolgere crimini anche i più efferati (proiezione del suo pensiero ne è gli Usa o altri stati del mondo dove esiste tale pena ma perlopiù si continua nella stessa misura a compiere tali reati, talvolta anche più efferati di altri stati dove esiste solo la pena carceraria)  e semmai è il carcere la pena assai peggiore in quanto priva la libertà e costringe alla riflessione su quanto fatto. Inoltre con il carcere si spinge la società a riflettere su tali devianze sociali e avvicinarsi più possibile alla giustizia. Giustizia che sappiamo essere diversa dalla vendetta personale frutto dell’accecamento e del dolore (quindi emotivo e non razionale) di alcuni che può essere diverso da altri e può sfociare in pene più vrie come torture o morte. Inoltre, ricorda anche Beccaria, nessuno, nemmeno lo Stato può disporre della vita di alcuno.

Casomai il bisogno sociale più impellente è quello di avere una pena certa e sicura, magari più lieve ma che dia la tranquillità che giustizia sia fatta.

Inoltre dovremmo rammentare che tale filone di pensiero della giusta pena ha un’origine tutta italiana, stimato e divulgato in tutto il mondo e che troviamo traccia anche nella nostra costituzione laddove bandisce la pena di morte e esprime il valore rieducativo della pena all’articolo 27 terzo comma.

 

Riccardo Marconi - DEApress

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