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Cinema: L'Enfer

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Recensione di L’ENFER - regia di Danis Tanovic

  

Diretto da Denis Tanovic (No man’s land), su splendido scenario di Kieslowski e Piesewicz,

L’enfer è uno di quei film (ve ne sono tanti) penalizzati sia dalla programmazione striminzita, sia dalla superficialità di sguardo con cui la critica “quotidianista” si è trovato a “sfogliarlo”, tra sufficienza intellettuale e –temo- scarsa conoscenza della filmografia di materia.

In pochi sanno infatti che quest’opera, crudelmente statuaria e “monotona”, doveva essere diretta dal suo stesso ideatore, se la morte non lo avesse portato via due mesi prima di porre mano alla lavorazione. In pochi (noi per primi) conoscono a menadito le sottigliezze, le allusioni, quel traino verso i vizi e le virtù della contemporaneità che i “comandamenti” di Kieslowski avevano silenziosamente, ma impietosamente, chiosato fra le pieghe del nostro vivere, fra le certezze (al tramonto) del Continente felice. Proprio a partire dai dogmi e dai dubbi di una religiosità, di una fede, di un dilemma che tendevano a proporsi, e riprodursi, a “misura” d’uomo, e delle sue contemporanee limitatezze: certo diverse da quelle dei primi millenni della cristianità o della spiritualità ad essa contigua.

Il passaggio di testimone, il modo con cui lo accoglie Tanovic è filiale, ma non per questo spersonalizzato. Anzi integrato di quella laicità e ricusazione del fatalismo trascendente, di cui si irroravano le pagine-immagini di Kieslowki, segnate –lo diciamo a posteriori- da una ritualità di “rassegnazione” e   dell’”ingovernabile” che oggi sono assenti (non è un male) dalla poetica di L’enfer. Il cui abbrivio è il suicidio di un padre e l’ininfluenza di una madre, garanzia di disagio, rivalità, indifferenza colposa nell’ambito di un rapporto familiare (tre sorelle, come in Cecov), divorate, e talvolta devastate (in salute mentale), dalla bolgia metropolitana di una città immota proprio nel momento in cui essa pare (anche urbanisticamente) fuggire dalla visibilità del dolore,  della pena, della condizione diseredata-non coniugate necessariamente all’indigenza materiale.

Destini incrociati lungo la pratica del libero arbitrio.Nel perenne, quindi abitudinario “silenzio di Dio” (usiamo volutamente un’espressione altisonante), e nell’implicito, spesso benefico, insinuarsi del dubbio concernente la mancata soluzione del problema-vita. Il cui senso non può nascere “a priori” se non per grazia ricevuta. In mancanza della quale (agnosticismo, laicismo, relativismo culturale), ciascuno è responsabile delle “sovrastrutture” ideologiche, politiche, parrocchiali che serviranno da puntello al paventato baratro nichilista. Un film che traduce in scabre immagini questo genere di riflessioni e considerazioni non merita, è il minimo, il silenzio dell’indifferenza. Se ne potrà dibattere su più ampio spazio.

Angelo Pizzuto/DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Settembre 2007 21:26 )  

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