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MOSTRA DI ANDY WARHOL A PISA

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Il percorso della mostra inizia con una serie di polaroid con ritratto Warhol stesso, la fotografia è il filo conduttore della sua vita e sarà molto importante per la sua carriera.

I suoi ritratti fotografici ci fanno avvicinare all’uomo e al personaggio Warhol, che giocherà molto con la fotografia e con la sua amata macchina polaroid.

Il processo inizia partendo dalle foto in maniera del tutto innovativa la tecnica della serigrafia, portandola alle sue estreme conseguenze, con una tecnica che sarà messa a punto per tutta la sua carriera: partendo da una foto spesso e volentieri una polaroid, essa viene inizialmente dipinta su tela, e successivamente ne vengono fatte una serie di serigrafie fatte con vari materiali e di vario colore e contrapposizioni di colori, così facendo il soggetto perde la sua connotazione iniziale. Nell’opera i “Fiori” il soggetto “classico” della pittura, la natura morta viene stravolta, facendole prendere ogni volta un significato diverso, anche quello di esorcizzare la morte con l’uso di colori molto accesi, ma allo stesso tempo dando comunque un senso d’angoscia.

Passando all’altra sala incontriamo le opere che danno inizio all’avventura della pop art, con il “Detersivo Brillo” e le scatole della “Zuppa Campbell”. La prima volta furono esposte allineate e disposte in scaffali come se fossero state messe in vendita in un supermercato, elevando così a opera d’arte gli oggetti più comuni. Il senso è quello di farle risultare estrapolate dal contesto in cui siamo abituati a vederli cioè nei supermercati, e ci vengono riproposti dall’artista in una veste nuova all’interno di un museo, prendendo spunto dai “Ready Made” di Duchamp, la creazione in serie dell’opera fa perdere di significato all’opera stessa, e ce la fa vedere come un prodotto in serie uscito dalla fabbrica, sussurrandoci in maniera implicita, che tutto può essere arte anche un fustino di detersivo.

Warhol nel suo percorso artistico prende spunto per la sua arte anche dalle notizie di cronaca nera presenti in maniera massiccia nei media, realizza immagini in serie come: foto segnaletiche della polizia, sedie elettriche dei condannati a morte e dei coltelli. Per esempio i coltelli sono di vario tipo e misura, si va dal semplice coltello da cucina a dei pugnali, vengono semplicemente disposti come fossero degli indizi giudiziari, e questo fa chiedere a chi guarda: quali orribili misteri si celano dietro quei coltelli? quelle lame avranno tagliato una semplice bistecca o qualcos’altro? ma i dubbi non si sciolgono, non solo l’uso di prodotti di largo consumo dei supermercati, il mondo della pubblicità dai cartelloni pubblicitari agli spot in TV, ma anche l’uso delle notizie dei mass media, che la società di massa fagocita e legge distrattamente mentre fa colazione o a pranzo, ascoltando o leggendo di morti violente nell’assoluta indifferenza, il bombardamento continuo dei media a cui sono sottoposte le persone per tutto il giorno.

Girando l’angolo improvvisamente ci troviamo di fronte al dipinto mastodontico “Skull”, al centro c’è un enorme teschio, sproporzionato nelle dimensioni, che vuole rappresentare la morte come una cosa ingombrante e inevitabile, ma il colore è di un rosa molto acceso che sembra ironizzare su di essa; nell’ombra, nell’oscurità dell’enorme teschio si percepisce una figura, un volto, quello di un bambino, che crea un forte contrasto tra l’inizio e la fine dell’esperienza umana.

Volgendo lo sguardo a sinistra ci troviamo di fronte a una copertina di una nota rivista di moda francese, sulla quale c’è una foto che ritrae l’artista a torso nudo, con una cicatrice molto grande sul petto, quella ferita gli fu inflitta pochi mesi prima da una fanatica che all’interno della Factory cercò di ucciderlo, e per la quale rimase in fin di vita per molti mesi; questo fatto e la ferita stessa non rimase un fatto privato, ma anzi venne messo in mostra e pubblicato sul giornale: per la prima volta nel mondo dei media, abbiamo la spettacolarizzazione di un grave fatto privato. Questo se vogliamo è l’antesignano dei moderni giornali di gossip, quello che lui stesso profetizzava per il futuro, un futuro in cui tutte le persone sarebbero state alla spasmodica ricerca di quindici minuti di celebrità.

Passiamo al Warhol cinematografico, alfiere del cinema sperimentale. All’interno della mostra in una serie di schermi mandati in loop, ci sono i suoi celebri “Screen Test”, brevi filmati di pochi minuti, una sorta di ritratti in movimento, dove chi era ripreso poteva fare quello che voleva davanti a una telecamera fissa su sfondo nero, sono ripresi celebri personaggi come: Dalì, Nico, Bob Dylan, Donovan, Allan Ginsberg ecc…

Il dipinto successivo è una gigantografia serigrafata, con sfondo stile “militare” con ritratto l’artista tedesco Joseph Beuys, il simbolo dell’epoca, dell’artista “impegnato” nel sociale e nella politica, agli antipodi dall’artista americano.

Poi arriviamo alle opere più conosciute di Warhol, la serie di serigrafie di “Marilyn Monroe” un’icona del ‘900, la sua immagine di bellezza eterna, rimane incastonata per sempre nei suoi quadri, ma gli occhi si fanno scuri pesanti con un alone e un barlume spettrale metafora di morte, facendo saltare alla mente dell’osservatore la domanda: “Ma quindi anche i miti sono mortali???...”.

Accanto a Marilyn, abbiamo un’altra leggenda del cinema Elizabeth Taylor, la storia di questa serigrafia è molto curiosa ed è spunto di riflessione per l’artista, la diva è vittima di un incidente dove rischia la vita, ma imperterrita si veste e si trucca di tutto punto, anche se è in un letto d’ospedale, per farsi immortalare da televisioni e giornali che vogliono intervistarla; Andy trasforma il suo volto in una maschera da clown macabra, su fondo rosso come il sangue versato dall’attrice durante l’incidente.

Poi passiamo alle polaroid di persone che hanno soggiornato nella sua Factory a New York. Il suo laboratorio artistico è fonte di ogni genere di “trasgressione” nell’America bigotta dell’epoca, dove sonno passate le personalità più influenti e importanti dell’epoca, il cantante dei Rolling Stones Mick Jagger, John Lennon e la sua compagna Yoko Ono, lo scrittore William Burroughs e tanti altri…. Queste e altre foto in polaroid sono cucite una con l’altra con ago e filo, la cucitura non viene nascosta ma anzi rimane ben visibile a chi guarda, l’artista in questa occasione si trasforma anche in “sarto”….

Nell’ultima sala vediamo lo Warhol più “impegnato”, con le foto di Jacqueline Kennedy la moglie del presidente degli Stati Uniti J .F. Kennedy, rimasta vedova dopo l’assassinio di suo marito, una serie di foto che evidenziano tutto il suo dolore, che è sia privato che pubblico e con lei si unisce il dolore e la preoccupazione per il futuro di una nazione intera, che ha perso il protagonista della politica, in cui erano riposti i sogni di maggior democrazia dell’epoca, di tutti i cittadini americani e non solo.

Nella sua lunga produzione di serigrafie dopo la presenza di artisti attori ecc… entrano a far parte anche i politici, con la serie di serigrafie del leader comunista cinese “Mao Tse-Tung

ng” e di “Richard Nixon”. Nel quadro di Nixon è presente la sua gigantografia con in fondo la scritta del nome del suo rivale del partito democratico alla Casa Bianca, durante la campagna elettorale del 1972, questo rende l’opera molto ironica e disorientante, ma allo stesso tempo è un invito alla sua maniera di votare il concorrente di Nixon, anche i politici rientrano in quel calderone mediatico che abbiamo raccontato anche in precedenza.

L’ultima serie di opere che passiamo in rassegna è legato a un curioso aneddoto di vita privata dell’artista, che si trovava a Napoli ospite del gallerista partenopeo Lucio Amelio, nella serie “Vesuvius” prende come soggetto il simbolo della città partenopea e lo fa diventare un simbolo pop.

Warhol è un artista e una personalità complessa, che allo stesso tempo denuncia e fa parte del meccanismo che denuncia, giocando in maniera ironica e non solo, facendo diventare tutto arte, manipolando le opere trasformandole in stereotipi serializzati, con l’uso di vari materiali frutto della società dei consumi di massa, arrivando alle estreme conseguenze dell’arte, fino a trasformarsi lui stesso in un “oggetto” d’arte e la sua stessa vita.

Avete tempo fino al 2 di febbraio per andare a vedere questa interessante mostra.

Jonathan Di Bari.

 

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 14 Dicembre 2013 11:32 )  

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