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Cultura mediorientale

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La poesia metaforica, la poesia al femminile

Jahiliyya così si chiama il periodo della poesia preislamica, tradotto "età dell'ignoranza" e riferito alla "vera religione" che per i musulmani è diventato l'inizio del periodo Islamico. Da poesia orale si trasforma a poesia scritta per essere trasmessa e diffusa a più persone.

Antara ibn Shaddad (525-615), poeta beduino ci ha lasciato traccia per la prima volta in una sua famosa mu'allaqa (qasyda scelta), la ricerca di un amore perduto da tempo, dove l'accostamento di due domande retoriche conferisce una carica simbolica. La jāhiliyya è il termine con cui i musulmani indicano il periodo precedente la missione profetica di Maometto del VII secolo. Secondo i musulmani si tratta quindi di "ignoranza" della verità salvifica,  il Profeta dell'Islam avrebbe avuto l'incarico da Allah di svelare agli uomini con il Corano.

Oggi il termine ha conosciuto nuova luce dal momento che i movimenti fondamentalisti islamici hanno preso ad usarlo per indicare non tanto gli ambienti non musulmani, ma specialmente quelli che agiscono però in modo difforme da quanto quei movimenti reputano essere il più puro e autentico Messaggio islamico. Da qui il neologismo "giahilita" usato da parte della stampa scritta e parlata nel riferire di queste polemiche, per buona parte interne al mondo musulmano.

 La forma poetica islamica nasce come una forma di dialogo interiore dove l'anima sale e si espone nel pensiero. Questa espressione fu la prima forma di dialogo verbale che serviva a tramandare oralmente dei codici sociali che attraverso i componimenti epici servivano a perpetuare la conoscenza e la cultura.

I popoli nomadi e seminomadi avevano bisogno di radici e da sempre hanno capito l'importanza e adottato il metodo del racconto "scenico", la magia del monologo che a differenza del dialogo rende partecipe attraverso l'ascolto in silenzio. Dunque ascoltare in silenzio rende la narrazione importante e il ritmo e la ripetizione facilitava la scoperta di una identità comune. L'alfabeto arabo si è formato dall'alfabeto aramaico e le varie conquiste portarono il linguaggio a varie trasformazioni dialettiche. 

Canti antichi d'Arabia – tra classicità e classicismo - La qasida poteva essere composta anche da cento versi. L'oratore si esibiva in una platea e riusciva ad incantare attraverso la continuità di parole fluttuanti e ritmate che rendevano una unità di pensiero per tutta la poesia. Ogni componimento veniva tramandato quasi fosse "un tesoro" delle genti, Questo rendeva forte il gruppo territoriale e quando apparve la scrittura araba fu un segno di conquista che attraverso l'unità religiosa poi si propagò e rese importante la trasmissione culturale che  attraverso le conquiste arrivò in tutto il Mediterraneo

La poesia svolgeva un ruolo importante, i sovrani e i ceti benestanti si appropriarono di questa forma di cultura popolare e la fecero diventare mezzo di esaltazione e di potere in mano a adulatori che trovavano buone prede tra persone pronte a diventare mecenati e protettori.

Il periodo più importante per la poesia islamica è quello abbaside, dinastia che governò dall'VIII al XIII secolo in Arabia e che vide il suo massimo splendore nel periodo tra il VIII e IX secolo. Alla corte degli Umayyadi in Andalusia si sviluppò un'altra forma di poesia la "Muwashshah" che si affermò in tutto il Maghreb. La lingua usata era l'arabo colloquiale e/o la lingua romanza formatasi in Spagna. Venivano usati gli stessi temi della qasida (elogio ai sovrani, esaltazione di Dio, descrizione della natura e dell'amore) però si differenziava in quanto ogni verso terminava con un congedo, come se fosse una forma completa. Anche lo zajal appare come componimento per la prima volta in Andalusia, dove il fiorire di forme poetiche fu dovuto dalla presenza in quelle zone di popoli, lingue (circa cinque) e culture diverse che si erano fuse insieme.

Contemporaneamente in Sicilia le innovazioni andaluse si affiancarono alle forme poetiche  più classiche degli abitanti siculi. Durante la dominazione alabita, che iniziò a colonizzare l'isola si ha la prima scuola di pensiero sulle composizioni poetiche che si ispiravano nelle corti  raccontando le vicende di guerra e di quelle che si sviluppavano nel territorio dove venivano declamate. Tra i vari poeti del tempo troviamo Emiri, ministri, dignitari e anche militari. Con l'avvento della dinastia Kalbita (X secolo) dopo il dominio fatimida, si ha una situazione dove l'arte e la cultura fanno sfoggio. Tra il 990 e il 1019 la poesia rivive un momento di rinnovo poetico sempre dedicato ai potenti con la forma "panegiricia"; gli arabi prendono molto sia dalla cultura ellenica che da quella persiana, dalla letteratura greca viene ereditato il motivo bacchico. Anche la poesia araba siciliana è da sempre partecipe ai cambiamenti stilistici e anche con i normanni e gli angioini continueranno sullo stesso filone poetico.

I sette generi post-classici

Chiamati le "Sette arti", i sette generi post-classici vengono definiti in rapporto alla forma specifica in cui è trascritto il testo poetico e non in rapporto al tema trattato. Questi generi rappresentano un'innovazione metrica e strofica, e sono tutti collegati a un certo punto alle lingue vernacolari.

  1. Kân wa-kân (Baghdad)
  2. Muwashshah (Al-Andalus, fine del IX secolo)
  3. Zadjal (Al-Andalus, intorno al 1100)
  4. Mawâliyâ (Iraq, fine dell'XI secolo)
  5. al-Qûmâ (Baghdad, fine del XII secolo)
    Si ha notizia di una prima scuola poetica nasce nella corte degli Hohenstaufen, in Sicilia a metà del 1200. Dal Medioevo fino all’Ottocento abbiamo scarse notizie.
  6. Silsila
  7. Rubâ'î (in quartineIranIX - X secolo)

Il mondo arabo nell’Ottocento si era chiuso con la magnifica Biblioteca arabo-sicula di Michele Amari, mentre nel Novecento ha avuto tante lacune e punti oscuri, sociali e politici, che ne hanno danneggiato persino la cultura araba. Anche per tale motivo nei primi anni del secolo XXI, l’attività di traduzione ha avuto una scarsa importanza, paragonata con quella di altri paesi. Opera che raccoglieva gli scritti arabi più noti nelle terre del medioevo musulmano, come Spagna, Sicilia, Siria e Iraq.

Anche l’epoca contemporanea non ha perpetuato una simile colta attenzione è quanto affermato da Isabella Camera D’Afflitto: “quando ho iniziato a tradurre, gli unici libri già tradotti dall’arabo erano quelli di Taha Hussein, al-ayam  (i giorni) e alcuni drammi teatrali di Tawfiq al Hakim, e questo non bastava”.

La situazione oggi è relativamente mutata. I testi tradotti sono molti (circa 600: 313 dall’arabo all’italiano e 233 dall’italiano all’arabo). Quasi tutti sono di tipo letterario, grazie ai tre padri della traduzione arabo-italiana: ‘Isa an-Nauri (1918-1985),  lo sheikh al-mutargimin (espressione che potrebbe essere resa con “il capo dei traduttori”); Hasan ‘Uthman (deceduto nel 1973), traduttore tra il 1959 e il 1969 della Divina Commedia; Khalifa al-Tleisi (1930-2010), al quale si deve il dizionario italiano-arabo in versione completa. Grazie a loro la traduzione, specialmente dall’italiano all’arabo, ha iniziato ad avere un peso. Infatti, mentre negli anni precedenti i titoli presenti erano assai rari (dal 1922 al 1972 ad esempio erano state tradotte solamente cinquanta opere, grosso modo, una per anno) negli anni Ottanta si assiste a un aumento significativo dell’attività di traduzione sia dall’arabo all’italiano che viceversa. La fortuna della letteratura araba in Italia è legata a Francesco Gabrielli, primo traduttore dall’arabo all’italiano e iniziatore degli studi islamici.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 16 Novembre 2017 11:09 )  

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