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ILCAPPELLO DI PAGLIA AL COMUNALE

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Il Cappello di Paglia di Firenze, la farsa in 4 atti di Nino Rota approda a Firenze sulle scene del Teatro Comunale. Perfetta la direzione dello spagnolo Sergio Alapont con un cast di grandi livelli.


Che Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota non fosse mai andato in scena a Firenze non è cosa grave se si pensa che in genere la musica di Rota, nel nostro paese, non gode di quella giusta credibilità che invece dovrebbe godere. Si sa che la storia di Rota non è semplice, lui uomo mite e semplice ha sempre cercato di fuggire dagli accademismi e soprattutto dai giri dei soloni della grande musica: questo in vita. Da morto (considerando che quest'anno sono 100 anni dalla nascita) non c'è chi fa a botte per rappresentare le sue opere e questo naturalmente non ci fa onore. Pertanto, ben venga che Il Maggio abbia deciso di ricordarlo con una delle sue opere più belle, Il cappello appunto. Stupenda messa in scena, perfetta dalla regia, alla recitazione, alla conduzione, alle interpretazioni. Lo sforzo è stato validissimo e, anche se il cast non è di quelli altosonanti (ma per Rota va benissimo, poichè sarebbe quasi fuori luogo avere un cast fatto proprio da quei personaggi che lui rifuggiva in vita) è un validissimo gruppo diretto con piglio, bravura, eleganza e purezza stiliscita dallo spagnolo Sergio Alapont che, su Rota, ne sa più lui di tanti suoi colleghi italiani (si sa Muti che è un tardo romantico, ha pensato bene di riprendere il suo Rota come omaggio al maestro di gioventù). Scrivevamo di Alapont che è stato bravissimo, spiccava il suo senso ritmico che è poi quello che è fondamentale per motivare un'opera del genere. La leggenda narra di un Rota che avesse composto quest'opera quasi per gioco, scrivendo il libretto assieme alla mamma Ernesta e traendone spunto dalla commedia di Labiche. Un'opera quindi fatta di rimandi, complicazioni, doppi sensi e di tutto quel tourbillion che ha fatto del teatro generato da Feydau quello stupendo campo di divertimenti che ha eguali al mondo cinematografico dei fratelli Marx. Il regista Andrea Cigni, ispirato ai movimenti del varieteé, da Clair e Picabia e da tutto un mondo visivo propriamente francese, è stato bravissimo a rendere divertentissima la scena fatta di botole soprattutto, botole dalle quali entravano e uscivano i personaggi e persino il "maledetto" cavallo che complica il giorno di nozze di Filippo Adami/Fadinard, tenore esperto di personaggi brillanti, a suo agio nei panni del divertito e divertente eroe dell'opera. Poi il resto del cast è costiuito da Salvatore Salvaggio che è il pedante suocero Nonacourt dalla voce non sempre perfetta, simpatico nella parte del "guastatore"; poi ancora Mauro Bonfanti, Jachini Virgili, Lavinia Bini, Anna Maria Sarra, Romina Tomasoni tutti perfetti nel grande tourbillon che si genera nella confusione generale. Fra galop, romanze, arie, colpi di scena e tutti gli stilemi del mondo ottocentesco sia dell'opera che della musica (assolutamente ironico il secondo atto che mette alla berlina proprio i famosi salotti, tempestati da italiani solisti un pò cafoni di qualsiasi strumento). Insomma è tutto molto bello, tranne forse l'acustica che dalla nostra postazione non brillava, tanto da sentire fortemente gli ottoni e un leggero ritardo d'emissione.

Il coro perfetto è stato diretto da Piero Monti mentre un plauso va a Lorenzo Cutuli, fantasioso costumista  e alla luci di Luciano Roticiani. Speriamo quindi che parta proprio da quest'opera la giusta ricorrenza del compositore Rota, reo di aver voluto solennemente distaccarsi dai grandi pulpiti per fare la propria vita e la propria musica, libera anche di essere ironica e critica come tutta quella scritta per Il cappello.

Marco Ranaldi

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Luglio 2011 08:21 )  

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