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Antonio Infantino

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Firenze è stata la sua città, la stessa in cui Antonio Infantino ha lasciato come testamento di una vita di incredibile forza creativa l suo corpo e non solo. Lui natio per caso di Sabaudia ma fortemente tricaricese, aveva incarnato quel fortissimo impegno sociale e politico di una generazione di rivoluzione intellettuale fra Levi e Scotellaro. Certamente lucano quindi, fortemente arrabbiato con la sua originaria terra di vita, per studiare architettura s'imbarco nel suo viaggio nella notte che lo portò a Firenze. Firenze che non è Tricarico. La sua duplicità abitativa quindi specchiava quell' inconscio desiderio di vivere fra la terra dei contadini e quella dei nobili fiorentini. D'altronde gli studi di architettura gli permisero di sviluppare quella sua tendenza all'astrazione del pensiero, creatività pura che confluì nel proprio progetto musicale alle origini della natura rurale. La taranta, la musica del tempo antichissimo, frammenti di vite vissute in oasi della povertà. Egli non solo si mise in testa di distruggere lo sciovinismo musicale degli anni '70 e si impegnò a dare una giusta visione proprio ad una musica che in quei tempi poteva risultare anacronistica, inattuale. Riuscì appieno con i suoi Tarantolati, la sua vera invenzione, gruppo operaio, intellettuale, innovativo. Struttura soprattutto, pensiero astratto e strutturato. Si divertiva così con la chitarra e con la sua voce dura, rude. Eppure da quel gruppo si distaccò dopo un tempo in cui le esperienze anche dialettiche erano terminate, in rispetto di un forte sentimento morale e civile. Visse anni da dimenticare per le varie cause intentate da/fra lui e i componenti del gruppo originario. Vinsero quest'ultimi che ancora oggi senza sapere che nessuno di loro è mai stato Antonio Infantino, continuano a suonare. E lui indefesso leone creò altro, andò in Brasile e tentò di unire i due linguaggi popolari: samba e taranta. Non fu un esperimento molto riuscito ma servì a fargli capire che doveva insistere sulla sua prima creatura, creando i suoni, il sound come aveva già fatto al tempo dei Tarantolati. Lavorò, suonò, fece e disfece.Per niente imprenditore, si affidò spesso e spesso rimase fermo a capire cosa non funzionasse. Scrisse poesie e non solo. Scrisse non molto ma era lapidario così come poteva essere un vero essere libero, di una forma di libertà anarchicamente pura. E così con un cd in uscita ed un libro scritto da Walter De Stradis, ha fatto a tutti la sorpresa di lasciare il suo corpo e far viaggiare la sua interiorità. Perfetto anche in questo. Adesso tanti piangono, dicono, scrivono, soprattutto in Basilicata terra che non è stata proprio vicina al suo genio "locale". Ma di quel che resterà non saranno certo le solone parole di esponenti politici e culturali della Lucania ma il suo amplio gesto di presenza infinita, di tempo formidabile e di una forza che non potrebbe mai essere capita dalla vacuità e dalla bassa banda di un luogo che non riconosce il meglio. Sarà per questo che a Firenze Antonio Infantino viveva ed è qui che ha lasciato il suo corpo e quella testa di travolgente anarchico un pò toscano un pò lucano.

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