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SOUL ISLAND: il decadimento sociale di "Shards"

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SOUL ISLAND

“SHARDS”

Soul Island Cover

“Ocean” - Official HD

Esordio da solista per il producer e songwriter salentino Daniele De Matteis. Un lavoro in bilico tra passato e futuro, con quelle sonorità un po’ retrò dell’era elettronica anni ’80 e ’90 e quel piglio fresco anche nei mix di stampo internazionale. Si fa chiamare Soul Island e pubblica per Loyal to your Dream questo disco dal titolo “Shards” che a suo modo cerca di affrontare il concept del decadimento, sociale e culturale, con questi adolescenziali landscape analogici e una scrittura proveniente da quel pop inglese dell’era post-punk. “Shards” è anche disponibile in una bellissima edizione in vinile e noi ci fermiamo per dargli spazio e capirne di più. Di certo è un progetto che nasconde retroscena di vissuti e, in sottofondo, mi pare tradisca una certa resa concettuale verso il decadimento culturale che i grandi media promuovono quotidianamente. Di sicuro si ha bisogno di artisti liberi come Soul Island per non lasciare che sia solo quella la partita in gioco.

Che metamorfosi anagrafica e concettuale è quella che trasforma Daniele De Matteis in SOUL ISLAND?
Soul Island è un progetto che ho desiderato per tanto tempo, molto prima che avesse un nome, un blend fra scrittura emotiva ed elettronica. Ha preso forma a Londra, dall'incontro/scontro con la città, dopo una fase iniziale in cui ho accumulato idee e suoni. Questo disco è estremamente autobiografico, per cui il concept se vogliamo viene fuori in maniera naturale dall'urgenza di esprimere le sensazioni ed esperienze molto forti e trasformative che ho vissuto. Un processo di distruzione e ricostruzione, di distacco dalla creatività e poi di ricongiungimento.

Questo moniker tra l’altro mi fa pensare alla libertà, alla lontananza, al rifugio dal mondo industrializzato… non è così?
Sicuramente libertà e rifugio, ma non dal mondo industrializzato, la tecnologia e l'industrializzazione non sono necessariamente un nemico. L'isolamento che sta nel nome per me è creativo, spirituale, necessario come punto di partenza per esprimersi in maniera viscerale e autentica. Allo stesso tempo e nel mio caso è la solitudine che provo quando richiamo alla mente una sensibilità legata alle sottoculture e valori anni '90 che hanno rivoluzionato il mainstream attuale, ma la cui forma originaria è per lo più dimenticata e violentata.

E anche la tua musica mi riporta ad un concetto di evasione… come a dire “Ecco cosa vi sta capitando, io mi metto al sicuro”…
Curioso, dal mio punto di vista non c'è un approccio di fuga, sarebbe più un "Ecco cosa CI sta capitando" anche perché non mi sento tanto al sicuro... però è giusto che ognuno legga il suo!

Gli anni ’80 ti hanno segnato moltissimo… almeno questo arriva dal mio ascolto. Cosa mi dici?
Sicuramente hanno un impatto, però per me più come una forma di recupero e riscoperta. Infatti prima di questa fase, e curiosamente, ho approfondito molto di più il prima e il dopo. Penso che il richiamo a quegli anni sia una conseguenza, emergente da un certo approccio alla scrittura e ad i suoni, che superficialmente finisce col prendere questa forma. Non c'è un piano a tavolino, non ho voluto ricercare un genere, forse anche per questo il disco è così eterogeneo alla fine.

A chiudere: hai sposato un linguaggio internazionale perché il nostro vocabolario non aveva parole efficaci?
Ho sempre (o quasi) scritto in inglese. La scelta c'è stata ma durante la mia adolescenza e da allora mai più rimessa in discussione. Ho i miei ascolti, che contribuiscono inevitabilmente al mio linguaggio e non sono protettivo nei confronti delle lingue, sono fatte così, cambiano, crescono, muoiono. Mi piace usare l'inglese, ed in questo caso è la lingua che racconta meglio "Shards".

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