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Andrea Giraudo: parlando di "Stare bene"

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Andrea Giraudo
“STARE BENE”

Giraudo cover

“La Guarigione” - Official HD

Bellezza estetica e corposi di contenuti in questo nuovo lavoro del pianista e cantautore Andrea Giraudo. Si intitola “Stare bene” ed è un disco solido, semplice di acqua e sapone, ma anche di una personalità forse poco disposta ad ammorbidirsi su compromessi di gusto: come a dire che, forte delle sue capacità, resta fermo nella sua consapevolezza estetia chiedendo invece che sia proprio il pubblico a muoversi verso. Quindi “Stare bene” è di un pop per niente facile e di quella fruizione da cassetta e da ritornelli facili. Piuttosto è un calderone in cui Giraudo inserisce tutta la musica che ha conosciuto ed incontrato, quella della sua vita fatta e suonata in tantissimi live, quella ricercata e inseguita nelle tante contaminazioni che ruotano attorno alle più culturali derive del pop, partendo dal blues, passando dal jazz e finendo ai cori gospel americani. Attenzione però: “Stare bene” è un disco italiano ed è alla sua tradizione che regala questa sua preghiera laica con la speranza che sia un viatico per quel benessere quotidiano a cui tutti facciamo affidamento. La musica, dice, serve anche e soprattutto a questo.

Un nuovo disco. Un nuovo capitolo. Che punto è della tua carriera?
Io penso che la cifra artistica di ognuno di noi sia come il blocco di marmo dello scultore e la carriera artistica sia il continuo levigare e scolpire, oppure, cambiando metafora, mi piace pensare alla carriera di un artista come alla continua messa a fuoco di un cannocchiale, a ottenere un immagine sempre più nitida.
“Stare bene” non è una semplice evoluzione, un “restlyling”; è proprio l’ ultimo modello di Andrea Giraudo cioè la fotografia della mia anima in questo momento. Sicuramente ritrovo in quest’album una maggiore consapevolezza, quasi una “cristallizzazione” di alcuni miei marchi di fabbrica: i ritornelli orecchiabili, le armonie originali, l’ ironia che si intreccia alla malinconia, l’ amore per la grande musica afro-americana.

Cuneo, Roma, Napoli, Milano… oggi quanto conta il luogo in cui la musica vive? Oggi che abbiamo la rete che ci connette ovunque?
Eh già! Con la rete dovremmo essere tutti come Salgari, che senza mai muoversi dal suo studio creò il mondo di Sandokan. Purtroppo no è cosi’. La nostra società sta vivendo un isolamento emotivo fortissimo causato dallo strumento che doveva favorire l’ aggregazione e annullare le distanze: la rete, appunto che allo stesso modo “ addormenta” la musica laddove avrebbe dovuto portarla nel cuore di tutti. La musica è aggregazione e trae il suo nutrimento e sviluppo dal contatto con il pubblico nei momenti live, sempre più esigui, perché ostacolati da una politica fiscale e burocratica scoraggiante e disertati da un pubblico disorientato e frustato. Non è importante la città, è importante suonare dove viene preservato quell’ humus indispensabile per dare impulso alla cultura musicale: rassegna, festival e soprattutto gli amati concertini.

Nel tuo disco esiste molto “la vita degli altri”. Almeno io la scorgo anche tra le righe anche di canzoni più intime e personali. Non è così?
È vero! Io mi rapporto con un pubblico, parlo di sentimenti miei ma facilmente condivisibili. La musica è anche empatia e l’ empatia scatta quando riconosci te stesso nello sguardo di un altro.

E la vita che ti ruota attorno, ti somiglia o sei un cantautore che cerca la rivoluzione?
La vita incide le sue note sulla mia pelle come i solchi di un vinile... io no sono un cantautore rivoluzionario: al massimo mi vedrei nel ruolo del trombettiere in una improbabile insurrezione in difesa del buon gusto, del buon senso e della buona educazione.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 10 Maggio 2019 16:22 )  

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