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Ezio Bosso, l'elfo della musica

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Se n’è andato improvvisamente stanotte il fragile e potentissimo elfo della musica classica. Sapevamo della sua malattia, ma ci aveva abituato all’idea della resistenza assoluta con quella sua risata fragorosa, il sorriso benevolo, l’entusiasmo che non ha perso neanche quando ha deciso di non suonare più perché, diceva, due dita non gli permettevano di farlo come pretendeva il suo rigore.

Ha proseguito il suo lavoro di compositore e direttore d’orchestra, mediando ovunque l’amore assoluto per la musica che lo fece scappare da casa a 16 anni, quando decise di non rassegnarsi all’idea che un figlio di operaio debba necessariamente diventare operaio.

Un sogno rincorso, vissuto, interrotto per breve tempo quando gli fu diagnosticata una malattia neurodegenerativa dopo un intervento per un tumore al cervello, nel 2011. La musica, poi, gli aveva nuovamente ricordato quanto fosse ribelle alla rassegnazione, e quanto avesse lavorato con sacrificio e disciplina. Il sacrificio e la disciplina erano per lui doti ineludibili per fare musica, riteneva l’orchestra la società ideale in cui la meritocrazia impera, rendendo ogni strumento responsabile per competenza, ognuno indispensabile e mai competitivo.

È stato un grande artista, ha suonato e diretto nei più grandi teatri del mondo, ma di lui affascinava il suo modo di essere uomo, musicista, poeta, compagno di lavoro, divulgatore, nel suo sorriso la potenza era sovrumana. La sua semplicità lo avvicinava a chiunque e lui sapeva benevolmente approfittarne per avvicinare chiunque all’amore della sua vita, per condividerlo.

Si trasfigurava quando parlava di musica, quando dirigeva, quando suonava. Era sempre uno spettacolo potente e dolcissimo, guardarloammaliava anche chi, come me, non possedeva una vera cultura musicale. Molto ha amato e molto è stato amato e, per questo, voglio ricordare una poesia di Emily Dickinson:

Chi è amato non conosce morte,

perché l’amore è immortalità,

o meglio, è sostanza divina.

Chi ama non conosce morte,

perché l’amore fa rinascere la vita

nella divinità.

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