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La violenza della Ragione: dialettica dell'unità d'Italia

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Perchè dopo la Rivoluzione francese vengono Robespierre e Napoleone? Perchè dopo l'Unità d'Italia, la Questione meridionale? Perchè, più in generale, un principio di ragione emancipativa, che si proclama contro ogni autorità esterna, dogmatica, che si dice autocritica ricade in una barbarie di inciviltà e costrizioni ideologico-sociali? Menti autorevoli come quelle di Adorno e Horkheimer in Dialettica dell'Illuminismo si interrogano su quest'andamento vizioso del genere umano, che da propositi illuminati precipita in baratri di indeterminabile, indicibile orrore. In un'incredibile prospettiva metastorica, che argina le classificazioni e si sforza di cogliere questo nucleo totalitario,genetico nell'affermazione dell'individuo e della sua ragione. E' proprio dall'orrore che i due filosofi della Scuola di Francoforte partono, dall'indignazione personale verso le mitologie fasciste (europee e non) del XX secolo. Una civiltà occidentale che pretende di esser superiore dal punto di vista dello sviluppo del genere umano e che invece si manifesta (e quindi si invera) sempre più come progresso fine a se stesso, come Ragione autoreferenziale, come Sistema di (auto)legittimazione, come principio esclusivo, pubblicitario, che livella le differenze registrandole, integrandole. Il conformismo rispetto a cui le nostre condotte di vita devono declinarsi non è un incidente di percorso; la dimensione incredibilmente inclusiva in cui dobbiamo inscriverci è un risultato logico della storia del pensiero occidentale, che insegue l'autoconservazione e rinuncia all'invenzione, che rincorre l'affermazione soggettiva e bandisce l'altro, l'outsider, come colpa, come disturbo e non come presupposto riconoscimento per quell'incoronamento personale. La traiettoria Troia-Itaca ci allontana dalle braccia della maga-etèra Circe per srotolarci nel baldacchino della moglie Penelope.

L'individuo come animale sociale aspira al raggruppamento comunitario per esplicitare la sua essenza di essere umano. In quest'organicità, l'uomo si ritrova nella collettività, riconoscendola quale proprio legame. Nel caso in cui però una Nazione italiana viene battezzata con le baionette e la propaganda, come può un tale esito esser registrato solo nella sua bontà? La memoria prolunga quella violenza originaria con cui lo Stato si pone, procrastinando una chiave di lettura che approfondisca le discrepanze, le piaghe del reale e che solamente condurrebbe a un reale percorso di (ri)conciliazione. Il singolo e il tutto vengono tematizzati nel lustro della liberazione dell'Italia, della sua unificazione, e la contraddizione invece viene messa a tacere, viene registrata come “questione meridionale”, quasi fosse il destino ineluttabile di una parte di questo Bel Paese.

La Ragione illuministica, che aveva partorito i diritti dell'uomo e del cittadino, diventa positivistico schema di affermazione, di giudizio, che sa esprimersi solo per sillogismi, per connessioni di superficie. I meridionali che si opponevano al tentativo “liberale” di Casa Savoia venivano chiamati briganti, delinquenti che la procedura empiristico-ingenua di Cesare Lombroso etichetta in base a tratti fisiognomici. Parafrasando la densissima argomentazione della Dialettica dell'Illuminismo, è un meccanismo simile all'antisemitismo dei fascismi, alla necessità di perseguire un soggetto a cui si addossano le proprie colpe. Una scienza sempre meno in grado di pensare, di problematizzare il dato assumendolo dal punto di vista pratico, quale quadro di riferimento nell'incessante, hegeliana dialettica della sua formazione-consapevolizzazione. L'individuo meridionale viene liberato dai Borboni senza che sia predisposta la sua liberazione per il progetto dell'Italia unita, incompiuto, tra tragiche affermazioni e idealistiche rappresentazioni. L'economia criminale, di stampo mafioso, in Italia resta attualmente quella con un maggior fatturato annuo. Riflettere sull'assurdità di un tale primato dovrebbe significare per lo Stato italiano mettere in discussione le proprie strategie “legali”, farsi autocritica e strumento di dialogo, e non atteggiamento di decreti legislativi e forze militari.

Questo compito deve esser armonicamente coordinato, non può esser affidato a combriccole di scrittori e associazioni, spesso ignorate dal Sistema dell'industria culturale, che esibisce solo lo spettacolo, l'intrattenimento, la distrazione al pubblico-consumatore. Se viene inviato l'esercito a Scampia, anzicchè promuovere un dialogo col territorio, anzicchè entrare in sintonia con le sue esigenze, allora l'unità d'Italia resterà irrevocabilmente uguaglianza repressiva delle dispari opportunità. E a soffrirne non sarà solo questa parte vessata dal marchio della criminalità organizzata. La linea della palma di Leonardo Sciascia, la lungimiranza della sua penna, la proiezione della mafia al nord ha una pericolosa causa endogena. Significa che l'Italia tutta è Mafia almeno su due livelli. Su quello propriamente storico, il Paese ufficiale per affermarsi nella sua legalità istituzionale scende a patti con Cosa Nostra; Garibaldi ha bisogno delle mazzette di Palermo per sbarcare a Marsala, e pure gli Americani per liberare l'Italia dal fascismo. In mezzo c'era stata la linea di ferro del prefetto Mori e di Mussolini, che evidentemente non smorzò il fenomeno. La liquidazione non ha mai l'efficienza della conservazione ragionevole, della memoria che per non sublimare le sue colpe eleva-toglie le sue mancanze. Un Sistema italiano che resta, invece, idiota (nel senso in cui lo definirebbe Dostoevskij) e non ha il coraggio di farsi Soggetto (Stato) del suo oggetto (Italia), se a distanza di anni non abbiamo prove risolutive di una trattativa Stato-Mafia che a più riprese si esibisce nella nostra Storia nazionale. Un livello di spettri, di seminari inaccessibili che ci apre al secondo livello.

L'Italia è la Mafia nel senso della sua mentalità dal piano soprattutto della sua memoria. Una mentalità diffusa di parcellizzazione dell'Italia, di campanilismi, di omertosi presupposti di superiorità che non la vogliono quest'Unità. Un chiacchiericcio diffuso, una circostanza di propagande e interessi economici mascherati, che non lasciano essere la Storia della nazione, cancellando il passato e rendendolo così funzionale a un presente di ideologiche legittimazioni. L'opinione mafiosa forma l'Italia e la mantiene, in un'incontestabile quadro che non lascia scampo a uno stare insieme autenticamente. Siamo ciò che abbiamo fatto, siamo una Storia che è risultato di sofferenze non rielaborate. Una legittimità statale che fa la spola, indifferentemente, tra legalità e illegalità, svuotando queste categorie del loro prestigio rivoluzionario. Sempre più labile, sempre più dubbio il mantenimento di un territorio spartito, a suon di compromessi, tra interessi personali. Se non ci facciamo carico della contraddizione che quella Ragione liberatrice si porta dietro, quella di una crudeltà silenziosa, allora i progetti del Potere si espliciteranno sempre più come perversione di quei principi.

Avremo sempre più pornografia e meno erotismo.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 29 Settembre 2015 16:56 )  

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