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Viaggio nel carcere sovraffollato

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Bologna REPORTAGE

Viaggio nel carcere sovraffollato/Foto
La vita a tre in dieci metri di cella

Alla Dozza i detenuti sono 1091, più del doppio della capienza. Una babele di lingue, gli stranieri sono il 63%. "Siamo in troppi. Io lavoro, sono uno dei pochi fortunati, non passo il tempo a fissare il soffitto"

di LORENZA PLEUTERI - Bologna.repubbblica.it

Il carrello di plastica con le scorte di pere è di fianco al lavapiedi e al water, nel bagno-dispensa-ripostiglio. Le pentole appese al muro sgocciolano sullo scopino. Il lavandino serve per sciacquare mani, piatti, stoviglie.

In dieci metri quadrati di "camera" - così la chiama il regolamento penitenziario del Duemila, rimasto un sogno di carta in tre quarti del carcere - ci devono stare tre uomini, una branda, un letto a castello, arredi spartani, scarpe e ciabatte, libri, fili per stendere i panni, disegni dei figli e fotografie, fornelletti da campeggio per cucinare in proprio o preparare il caffè, sempre che sul conto corrente dello sportello bancario interno siano accreditati abbastanza soldi per acquistare cibo extra allo spaccio, il "sopravvitto".

Venti ore e più al giorno di convivenza forzata. Docce comuni ammorbate da muffa e infiltrazioni. Sofferenza e insieme dignità.

FOTO La vita nelle celle della Dozza

Sembra un film neoralista, datato e sgranato, quello in cui si entra superando i cancelli delle sezioni "giudiziarie" della Dozza, riservate a chi è in custodia cautelare o in attesa di giudizio. In confronto il "penale", dove sta chi sconta condanne definitive, è il paradiso. Celle a due posti. Porte blindate aperte dalle 8.15 alle 17.45. L'essere "sconsegnati", con una relativa possibilità di movimento.

"Mi ritengo fortunato - racconta Franco, 46 anni, fine pena nel 2014 - sono uno dei pochi con un'occupazione fissa. Lavoro nella squadra verde dei giardinieri. Vado in palestra. Non passo tutto il tempo steso in branda a fissare il soffitto. Sono un privilegiato rispetto ai tanti, ai troppi che siamo, con gli immigrati ultimi degli ultimi". Non tutti reggono. Il reparto di osservazione psichiatrica è chiuso da anni.

Chi perde l'equilibrio mentale va dritto all'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, l'ex manicomio criminale. "I più provati - spiega il comandante della polizia penitenziaria, Alberto Di Caterino, un passato da avvocato - sono i ragazzi tunisini sbarcati a Lampedusa, disorientati, senza punti di riferimento". Educatori e educatrici, cinque a tempo pieno, uno part time ed una in congedo per maternità, non si risparmiamo.

Gli psicologi nemmeno. Però sono due, presenti 64 ore al mese. E guai a farsi venire il mal di denti. Per essere curati nell'ambulatorio odontoiatrico, lindo e dignitoso come il resto del centro clinico, l'attesa è di otto mesi.

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Fotogrammi dal carcere alla periferia di Bologna, 25 anni portati male. Frammenti di vita quotidiana. Facce diverse di un istituto poliedrico, capace di sorprendere in positivo per le attività, i corsi e i laboratori, l'abnegazione degli agenti e del personale "civile", il contributo dato da volontari e interlocutori esterni, il non arrendersi a una situazione critica e complicata. La direttrice Ione Toccafondi non nasconde i problemi né la sua visione di un mondo dove il carcere serva per i casi gravi e non sia riducibile a discarica sociale.

"No, non mi sento una carceriera - risponde, doppiati i 32 anni di servizio nell'Amministrazione - sono un funzionario dello Stato che crede in quello che fa". E le dispiacerebbe se le criticità oscurassero l'impegno dei collaboratori, le sfide quotidiane, ciò che funziona. L'ultima "invenzione" è l'apiario allestito nel prato su cui sorgerà il nuovo padiglione da 200 posti. Confapi ha donato il necessario.

Quattro detenuti producono miele. Una cooperativa si sta organizzando per venderlo all'esterno. Altri quattro smontano vecchie lavatrici, dividendo i pezzi da avviare allo smaltimento differenziato. La storica tipografia è ferma.

E così le serre, mai riattivate dopo il decesso dell'agricoltore che coordinava i carcerati-coltivatori "Per fortuna, grazie ad una convenzione con Regione e Caritas, dai mercati arrivano le eccedenze di frutta e verdura". Altre mani generose non lasciano mancare carta igienica, abiti di ricambio, fondi per pagare le telefonate a casa a chi non un centesimo.

Ma bastano i numeri aggiornati dall'ufficio matricola, feroci nell'appiattire differenze e identità, per riportare al lato duro della realtà, lo scenario che condiziona ogni cosa. Nei moduli progettati per 497 persone - con 903 come limite massimo tollerabile - si stipano 1.024 uomini e 67 donne.

Un detenuto su quattro è tossicodipendente, la componente straniera sfiora il 63 per cento al maschile e supera il 58 al femminile. Le nazionalità rappresentate, in una babele di lingue e vissuti, arrivano a 52, contro quattro mediatori culturali. Per i detenuti cattolici i luoghi di culto interni abbondano. I molti islamici, salvo eccezioni legate al Ramadan, non hanno locali per la preghiera collettiva né un imam fisso.

La Polpenitenziaria è sotto di 200 unità. I tagli di risorse incidono in ogni settore, dall'istruzione alla riparazione dei furgoni blindati. I posti di lavoro interni - scopini, spesini, addetti alla "manutenzione ordinaria fabbricato", cuochi, lavandai, barbieri... - sono più che dimezzati. "Ne restano 108 - dettaglia la direttrice - con turni ridotti, contratti a tempo determinato, stipendi abbassati di conseguenza".

Le quattro donne della sartoria al femminile, cantieri edili aperti e idee in divenire, cuciono dalle pantofole ai capispalla a pochi metri dal nido e dalla ludoteca, oggi senza bimbi, domani chissà. Però non hanno commesse dall'esterno, non guadagnano, disperano. E allora sabato 22 ottobre andranno fuori, in via Bassi e via Sauro, per presentarsi e chiedere aiuto. Agnes, 47 anni, fine pena nel 2014, dovrebbe essere del gruppo.

Organista alle messe cantate, studentessa del Dams, divoratrice di corsi e stage, è lei a ricordare cioè che oltre queste sbarre sembra nulla, un dettaglio: "Il carcere toglie la libertà. E a me ha tolto anche la famiglia e la musica".

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 14 Ottobre 2011 12:14 )  

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