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Se questo fosse garanzia d'oggetività, cosa che io non cerco affatto, potrei vantarmi di essere “al di sopra delle parti”: non sono uno studente,  né un docente, e neppure un ausiliario.
Partiamo da alcune considerazioni generali: anche senza la Sig.ra Gelmini, la scuola e, in particolare l'Università italiana, è stata “par excellence” strumento di selezione di classe infatti ”all’università vanno prevalentemente i figli dei ricchi”. La domanda che il ministro sunnominato si è posto, ed a cui la riforma risponde è “come conservare lo stato di cose presenti?”  . Questa domanda si pone oggi con particolare urgenza. Tutti possono vedere che le cose, da sole, non vanno avanti. Cosa risponde il governo Berlusconi? Se non vado errato, fu il grande storico H.Pirenne a scrivere (cito a memoria, e forse mi sbaglio): “i conservatori, quando mancano di genio, cercano un impossibile ritorno al passato”. Un passato, in cui lo sfruttamento di classe, ancora attuale, veniva esercitato senza alcuna illusione.
Ora la sacrosanta domanda che ogni movimento stuentesco, dal '68 ad oggi si pone è: “come abolire lo stato di cose presenti?” Non è una domanda utopica né astratta.  Cercando delle risposte, la civiltà ha fatto importanti passi avanti. Alcuni dei quali sono  sotto attacco diretto. Infatti ad es. la suddetta Gelmini assegna alla morale borghese (con il voto di condotta) il compito di selezionare chi avrà accesso alla conoscenza. Assegna all'impresa, con il ruolo del privato nelle Università, il compito di decidere quali conoscenze vanno conservate e  trasmesse (e indirettamente quali no), nel pieno rispetto “del diritto  allo studio e dell'eticità dell'azione privata”. Ma peggio ancora: con l'apporto fondamentale della “dottrina Brunetta”, con la  “meritocrazia del personale” , attraverso i tagli alla scuola si vuole creare, sulle ceneri delle “baronie” oggi esistenti, una nuova casta di docenti, più snella è vero, ma enormemente più chiusa, più potente, più allineata; un vero ritorno al Medioevo. Riflettete! Come si aboliscano le corporazioni di mestiere se non abolendo i cancelli che le separano dal resto dei cittadini?Quindi non solo Laurea per tutti, (i cui costi devono essere a carico della società) ma anche Cattedra per tutti. Un po' il vecchio ragionamento “se tutti sono burocrati nessuno è burocrate”.  Questo non vuol dire affatto che gli esami debbano diventare più facili, al contrario io auspico esami rigorosissimi, ma allo stesso tempo lo stato deve provvedere ai bisogni materiali degli studenti e incoraggiarli in ogni modo fino a che  tutti, chi prima e chi poi, chi con minor sforzo chi con maggiore, arrivino alla laurea. Le cattedre poi devono essere stipendiate: far si che tutti le raggiungono (ripeto attraverso esami difficilissimi) ecco una buona ragione per arrivare ad una sorta di salario per tutti. Esaminiamo ora in sintesi il problema della ricerca. Qui è vero si deve perseguire l'eccellenza. Oggi giorno voi vedete, con l'esempio di Wikipedia, (con tutti i suoi limiti) con quello del software libero, etc. che i migliori risultati si ottengono in strutture non  (o comunque  poco) gerarchiche, aperte a tutti (aggiungo: in genere non legate ad obiettivi economici). Ma c'è il problema del proprio sostentamento. Quindi lo stato dovrebbe garantire il massimo numero possibile di ricercatori stipendiati con il minimo legame. Dovrebbe dunque estendere, incoraggiare, e dotare di possibilità di sopravvivenza autonoma (vitto, alloggio, vestiario etc.) la figura del ricercatore volontario. Aggiungo una riflessione sul rapporto università – società: una collettività di autodefinitisi “Homo sapiens sapiens” del secolo ventunesimo, non può volere altro che un'università che (con la ricerca, con la formazione etc.) sia al servizio di  tutti; del muratore e della casalinga, del medico e del contadino, del camionista e della “gattara”, e non al servizio dello sfruttamento per il bene delle imprese.

Fabrizio Cucchi, DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 08 Novembre 2008 14:32 )  

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