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Italiani brava gente

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Italiani brava gente. Così recita un film di Giuseppe De Santis del 1964, così talvolta veniamo definiti da chi vive oltre confine. Certo, il senso di solidarietà e di fratellanza che unisce gli italiani è palese e costituisce di per sé un forte vincolo. D’altronde anche i recenti eventi che hanno colpito i territori abruzzesi sono di ciò un lampante esempio. A poche ore dallo sciame sismico che ha stravolto l’esistenza di un intera popolazione, strappando alla vita terrena quasi 300 concittadini, la macchina dei soccorsi e della solidarietà si è mossa con fulminea velocità. Da ogni regione, da ogni comune. Da Bolzano a Canicattì, fino ad arrivare al piccolo paesello di campagna, sono arrivati aiuti, offerte, testimonianze di vicinanza. Lodevole. Apprezzabile. L’ultimo film di Giovanni Veronesi, “Italians”, si chiude con un sempre verde Carlo Verdone alle prese con il tentativo di spiegare a discoli giovincelli russi la conformazione del Bel Paese. Utilizza tanti stracci colorati quante sono le regioni italiane. Uno stivale colorato e colorito, con molteplici e differenti sfumature che lo rendono certo intriso di particolarità ma anche di unicità. Una differenziazione che diviene trait d’union, motivo di fascino ed orgoglio. E questi colori così diversi, nei momenti più delicati spesso tendono a fondersi  in una sorta di mescolanza cromatica di gauguiniana memoria, fino a diventare un’unica materia pittorica. Ed’ è proprio tale “fusione” che si ritrova e si può leggere oggi nelle manifestazioni concrete messe in atto dalle italiane genti nell’immediato post terremoto. Ebbene, senza nulla togliere alla bontà e alla giustezza di suddette azioni, che ritengo, da irpino che ha vissuto simili precedenti, fondamentali per la ripresa e la ricostruzione dell’Abruzzo e degli abruzzesi, mi sorge però, a questo punto un dubbio. Si, perché viene da pensare che questa fratellanza, questa unione, questo senso comune del bene comune e, in definitiva, l’identità italiana esca fuori come magma vulcanico solo in queste occasioni. O meglio, soprattutto in esse. A puntate, finite le quali ci si dimentica di tutto e si smette anche di essere solidali, di essere uniti. E il teatrino ricomincia. E per altro, in quei pochi, per fortuna, momenti tragici nei quali a ben guardare non si può non far diversamente. D’altra parte siamo uomini o caporali? Ogni uomo acquista senso e dignità di vita soltanto se trova la sorgente del suo realizzarsi come persona nella virtus, cioè nella forza dei valori dell’uomo in quanto uomo. Questi valori sono la solidarietà, la democrazia, la giustizia,la speranza di realizzare identità personali capaci di interpretarli. Allora, se un gruppo sociale condivide questi valori e per questi vive, ed in questi si riconosce, diventa una società, ed i suoi membri sperimentano un sentimento che li accomuna e li stimola ad essere orgogliosi di appartenere a quella società. Questo è il sentimento che distingue un gruppo sociale da un altro. Ma accade per l’Italia?                                      Da italiano, purtroppo o per fortuna lo sono, mi chiedo come mai questi sentimenti e questa identità italiana non emerga anche e soprattutto nella quotidianità, nei confronti di fenomeni esogeni. Quali? La camorra. La mafia. Le mafie. Come se fosse una questione eminentemente campana o napoletana.  Ma ciò vale per qualsiasi altro annoso problema che si decide di estrapolare dallo scacchiere italico. Ma questo è il male che ci portiamo addosso. E fa male. Come un ago nelle vene. L’incapacità di andare al di là di facili e convenienti contrapposizioni dicotomiche che fanno presto poi a divenire faziose fazioni. Alla faccia del progresso. Parodia della democrazia. Guelfi o ghibellini, bianchi o neri, noi o loro, fascisti o comunisti, colpevoli o innocentisti. Non  trattasi purtroppo di logica inclusiva e congiuntiva che tende a considerare gli opposti come parte di un unico processo, la cui comprensione non può prescindere dall’analisi congiunta e comparativa di tutti gli elementi in gioco: noi e loro, bianchi e neri, buono e cattivo, nord e sud. Italia. Cittadini del mondo. Solo queste sfumature permettono di concepire il quadro nella sua globalità. William Blake sosteneva che le strade dell’eccesso e degli estremi conducono al palazzo della saggezza. Ma nemmeno questo è possibile. Qui siamo sempre impantanati tra un intenzione e un’altra, sospesi tra orrore e folklore. Italiani sono stati coloro che hanno prestato immediato aiuto agli abruzzesi. Italiani sono anche coloro che lì hanno costruito castelli di sabbia (marina).        Se è vero, come sosteneva Leo Longanesi, che gli italiani sono un popolo di buoni a nulla ma capaci di tutto, allora ci si potrà (e si dovrà) anche aspettare un’improvvisa presa di coscienza del fatto che le diversità interne sono fonte di crescita (sociale, civile, economica), che la verità di questa terra risiedono soprattutto in una differenza intrinseca, che è disidentità di sé da sé come sosteneva Carmelo Bene. E allora non solo smetteremo di denigrare l’Italia quando siamo in Italia e apprezzarla quando siamo fuori confine, di essere Italiani in America ma pugliesi o lombardi in Italia, ma anche di considerare la camorra, per esempio, come un malattia culturale, economica, politica che, per contaminatio, diviene anche sociale e civile, riguardante un interro territorio nazionale, un’intera popolazione. Ma un dubbio mi duole: “come comportarsi, quando la realtà descritta non induce al bene, ma al male?Il Werther scatenò un'epidemia di suicidi, Madame Bovary incrementò l'adulterio femminile. La letteratura  fa emergere ciò che e' negato dalla viltà e dall'oppressione, e quindi rende un «servizio civile»; ma come considerarla, quando fa emergere quel che è giustamente rimosso, perché contrario alla civile convivenza? Siamo sicuri che la speranza sia sempre più' progressista della disperazione?”            

Simone Grasso

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 06 Maggio 2009 14:25 )  

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