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Stereotipi e violenza di genere

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pride_viareggio.jpgStereotipi e violenza di genere: colpa dei giornalisti?

In riferimento al tema del controverso rapporto tra stereotipi di genere e media, è giusto interrogarsi sulla responsabilità dei giornalisti nella definizione di genere femminile e nella trattazione di un argomento delicato come quello della violenza di genere.

A mio parere, i media italiani alimentano gli stereotipi che ancora circondano l’immagine della donna nella società. Se si vuole che i media non contribuiscano a perpetuare gli stereotipi culturali di cui si nutre la violenza di genere, quali cambiamenti di linguaggio sono necessari?

Per cercare di rispondere a questa domanda ho valutato varie ipotesi, riferendomi in gran parte al seminario “Comunicazione e violenza di genere” tenutosi nel mese di dicembre 2013, promosso dal comune di Ferrara e dal Centro Donna Giustizia e Udi di Ferrara.

A Ferrara, per parlare del rapporto tra media e violenza di genere, sono intervenute tre giornaliste: Francesca Barzini, giornalista del Tg3 e coautrice di Presa Diretta; Giovanna Pezzuoli del Corriere della Sera e del relativo blog al femminile la 27° ora, e Serena Bersani, presidente dell’associazione Stampa dell’Emilia-Romagna Aser-Fnsi e appartenente alla rete nazionale Gi.U.Li.A (giornaliste unite libere autonome).

Uno dei punti trattati durante il convegno e, forse, uno dei più importanti, è quello del linguaggio da utilizzare per riferirsi a una donna: bisogna usare i termini giusti, perché tutte le parole al maschile possono essere declinate al femminile, specialmente per quanto riguarda le professioni. E così il sindaco diventa la sindaca, l’assessore l’assessora, il presidente la presidente, il direttore la direttrice, il ministro la ministra.

"Donne, grammatica e media", presentato in questi giorni alla Camera dei deputati e promosso dalla presidente Laura Boldrini, affronta proprio quest’argomento. "L'uso del linguaggio è una scelta politica - ha detto la Boldrini- Non è giusto che donne che svolgono un ruolo non debbano avere un riconoscimento di genere anche nelle parole che le definiscono". La ragione? "È solo perché vengono considerate delle comete. Perché il pensiero comune è che adesso occupano posti che sono stati degli uomini, ma passeranno e tutto tornerà come prima. Non si vuole capire che esattamente se un mestiere è fatto da un uomo si declina al maschile, così se è fatto da una donna si deve declinare al femminile. Ecco perché credo che questo libretto sia utile e necessario".

E come comportarsi quando la violenza sulle donne sfocia in un femminicidio? Non bisogna soffermarsi sui dettagli macabri della tragedia ma scavare più a fondo nella vita dei soggetti coinvolti perché nei casi di femminicidio raramente si tratta di raptus, quanto piuttosto di un percorso graduale nel tempo. Nel caso della violenza contro le donne, il termine “vittima” lancia un messaggio sbagliato, ovvero quello di una donna rassegnata, vittimizzata, sottomessa all’uomo. Al suo posto sarebbe meglio preferire la definizione “donna resa temporaneamente vulnerabile dalla violenza subita”. Per quanto ovviamente sia un paradosso riuscire a inserire una definizione del genere in un articolo, l’auspicio è che i media si impegnino a scardinare questa idea di vittima e concentrino l’attenzione sull’approfondimento delle cause e delle dinamiche di coppia che hanno portato a tale comportamento.

Nora Mulè.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 30 Settembre 2014 12:41 )  

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