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Convenzione di Istanbul entra in vigore, quali vantaggi per le donne?

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Il primo agosto entra ufficialmente in vigore la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica- meglio nota come "Convenzione di Istanbul" - adottata dal Consiglio d'Europa l'11 maggio 2011.

È stato firmato da 32 paesi e il 12 marzo 2012 la Turchia è diventata il primo paese a ratificare la Convenzione, seguito nel 2014 da Albania, Portogallo, Montenegro, Italia, Bosnia-Erzegovina, Austria, Serbia, Andorra, Danimarca, Francia, Spagna e Svezia.

L'entrata in vigore della Convenzione di Istanbul a livello Europeo, rappresenta un passo fondamentale volto a garantire la maggiore prevenzione del fenomeno, l’adeguata protezione delle vittime nonché la punizione dei colpevoli. La suddetta convenzione ha come scopo principale la protezione e la lotta contro la violenza sulle donne in ogni sua forma, includendo anche quella domestica. I paesi firmatari, sono così obbligati a costituire un apparato normativo che possa garantire l’osservanza dei principi fondamentali, ovvero la prevenzione e la persecuzione del reato della violenza contro le donne e l’istituzione di strutture e sostegno dedicati alle vittime.

Di fondamentale importanza è inoltre l’individuazione di specifici reati, quali: la violenza psicologica (art. 33); gli atti persecutori - stalking (art.34); la violenza fisica (art.35), la violenza sessuale, compreso lo stupro (art.36); il matrimonio forzato (art. 37); le mutilazioni genitali femminili (art.38), l'aborto forzato e la sterilizzazione forzata (art.39); le molestie sessuali (art. 40).

L’attuazione a livello italiano però, presenta diverse complicazioni: necessita l’introduzione di normative e regolamenti che possano garantire un effettivo beneficio per le donne, che si traducano in azioni pratiche come ad esempio l’istituzione di centri di sostegno e aiuto e in leggi atte a prevenire e a combattere il fenomeno. L’abolizione del Ministero per le Pari Opportunità da parte del Governo Renzi e la delega a un Dipartimento all’interno del Ministero del Lavoro, non sembrano essere d’aiuto ad un’adeguata trattazione del problema. Il nuovo Dipartimento per le Pari Opportunità, infatti, sembra essere privo di risorse e carente della guida politica di un Ministro.

Nora Mulè

 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 30 Settembre 2014 12:40 )  

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