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Facebook e la Apple e la maternità posticipata

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La proposta lanciata in questi giorni dai due colossi Facebook e Apple consiste nel pagare per il trattamento di congelamento degli ovuli delle proprie impiegate, la procedura infatti, ha costi molto alti e l’intento delle due aziende è quello di “facilitare le donne nel conciliare la loro carriera lavorativa e la via familiare” permettendo di risparmiare e donare la possibilità di una scelta.

Il promuovere lo stand-by di una donna, come se fosse una macchina per poi riavviarla all’occorrenza, ha un che di inquietante. Se l’intento è quello di amplificare il raggio di scelte possibili per una donna in carriera, non credo che questo si esplichi nel consigliare di rimandare un avvenimento così importante, come si fa quando si reimposta una sveglia.

Allo stesso tempo però, è necessario spezzare una lancia a favore delle due aziende, menzionando l’impegno che hanno messo nel promuovere facilitazioni in ambito familiare che entrambe hanno attuato: offrono da anni un ventaglio di aiuti alle famiglie, compresi un contributo alle spese di gestione dei neonati e un sostegno economico nei casi di adozioni.

Dal mio punto di vista, il problema non è la proposta in sé per sé, ma il messaggio che finisce per comunicare: causato o no dalla risonanza mediatica che ha avuto la notizia, ha suscitato polemiche comprensibili considerando l’entità dei due colossi aziendali.

Quello che si rischia è che una politica del genere appaia come una strategia per demotivare le proprie dipendenti a fare un figlio, a rimandarlo il più possibile, magari a quando saranno cinquantenni o sessantenni, perché l’eccessivo impegno lavorativo impedisce di farlo prima.

Eticamente, non penso sia offensivo fare una proposta del genere, anzi, è giusto offrire un’opportunità in più alle donne che desiderano usufruirne, ma considerando le aziende coinvolte (rinomatamente maschiliste e influenti) e il delicato tema, le polemiche sono ovviamente dietro l’angolo.

Nora Mulè/tirocinante Deapress

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